Pubblichiamo volentieri questi appunti albanesi di Alessandro De Giuli, amico della libreria e gran viaggiatore, su questo interessante paese cosi’ vicino ma ancora cosi’ lontano……………..

DUE PAGINE D’ALBANIA

Esiste un posto dietro casa che credevamo lontano come la Cina, vissuto per cinquant’anni fuori dall’Europa ma abitato da gente quasi come noi, con montagne aspre e terre di pastori mai scalfite dalle leggi e dagli usi degli uomini al potere. Esiste un paese rimasto sospeso nella storia che ora si affretta a rincorrerla, lanciato in avanti come dalla forza di un elastico, un moto accelerato che non guarda in faccia nessuno, tanto meno le sue stesse contraddizioni.

Quando ci arrivi oggi, 2012, il suo aeroporto internazionale si chiama “Madre Teresa”, è pulito e ben curato come il prato verde lì di fuori, su cui striscia veloce una lunga biscia innocua.

Per le strade traffico caotico di grosse Mercedes, chiassosi matrimoni celebrati con un corteo di macchine agghindate a nastri e fiocchi, in testa l’immancabile telecamera professionale che spunta dal tettuccio per riprendere ogni momento del giorno più atteso, quello per cui si prosciugano tutti i risparmi.

Ai bordi della via campi di mais, piccoli agglomerati fatiscenti lungo la strada diritta della pianura intercostiera, un susseguirsi di pompe di benzina e di “lavazh”. Ovunque cisterne per l’acqua domestica sollevate alla bell’e meglio sopra ai tetti o su trespoli arrugginiti, piccole chiese e piccole moschee ugualmente squallide: un po’ Puglia e un po’ Turchia.

E’ questo dunque il paese del mistero, quella costa arida e deserta che osservavo da bambino durante le mie vacanze pugliesi. I 60 km del canale d’Otranto lo sguardo li superava facilmente nelle giornate più terse, quasi ti sembrava di poterlo sentire il profumo dell’altra terra. Ti sorprendevi a spiarla ma con pudore, quasi fosse una donna spogliata tanto era il fascino esercitato dal suo proibito.

Ma erano solo pensieri di un adolescente che sognava di vedere il mondo, pensieri ingenui di chi ha vissuto ancora poco, e crede che le cose restino immutabili come le vedono i suoi giovani occhi: e invece la storia macina le persone i fatti e le coscienze con forza inarrestabile.

Quando inizi ad addentrarti tra le sue montagne le strade si fanno strette e tortuose, oppongono ancora resistenza al passaggio degli estranei. Si inerpicano sterrate per ore attraverso pascoli e boschi, con i tornanti sostenuti da alti muri a secco che portano spesso lapidi di morti da incidente stradale. Teth è un villaggio quasi pakistano che sembra ancora esente dal progresso e da tutte le sue volgari corruzioni. Un’ampia conca alluvionale cinta da montagne che sembrano tagliare il cielo. Si disgregano in bianchi sassi calcarei che invadono il fondo valle indisturbati da qualsiasi regolazione, portati a spasso dal torrente padrone.

Poche case sparse e isolate al riparo dalle piene, perché l’ampiezza del fondo ghiaioso non tollera scuse del tipo “ma chi l’avrebbe mai detto”.

Gli uomini delle montagne tra Skodar e Teth sono i custodi del Kanun, il codice ancestrale che pensa a tutto e regola ogni aspetto della vita quotidiana e del comportamento sociale.

“Due dita di onore ci sono state impresse sulla fronte dall’Onnipotente” fa dire Ismail Kadarè al padre di Gjorg. “sta a te decidere se resterai o no un uomo”.

Besmir lo abbiamo incontrato dentro la torre degli inchiodati, ci parla in perfetto italiano lui che si è laureato alla Cattolica con una tesi sul Kanun, il Diritto consuetudinario sopravvissuto ad ogni sistema giuridico ufficiale, e che secondo lui è ancora vigente in questi luoghi del nord. La torre è un edificio non molto diverso per forma e dimensioni dalle altre Kulla, le dimore tradizionali della montagna albanese. Ma è posta su una piccola altura da cui domina il circondario e non ha finestre, se si escludono le strette feritoie poste in alto su ogni lato. In questo luogo si rifugiavano i gjakës, coloro che avevano ucciso un uomo della famiglia rivale per adempiere al debito di sangue. Le faide famigliari si potevano protrarre per generazioni fino alla morte di tutti i maschi di una famiglia o, raramente, fino alla riappacificazione operata da un autorevole mediatore. I gjakës compivano il dovere imposto dall’onore, e dopo un mese di Besa, la tregua loro concessa per sistemare le proprie faccende, si rifugiavano qui dentro per il resto della loro vita per evitare di essere uccisi a loro volta. La vendetta può sempre colpire, non importa dopo quanto tempo. Tutto questo avveniva e avviene ancora secondo Besmir, senza che l’autorità statale intervenga, come se riconoscesse di fatto la pari dignità del Kanun alle proprie leggi ufficiali. Solo il comunismo aveva in parte sospeso le faide famigliari, ma senza sradicare un codice di comportamento che uomini e donne rispettano fin da bambini: e così alla fine del comunismo le faide sono ricominciate là da dove erano state lasciate.

Ci vuole del tempo per addentrarsi tra le pieghe balcaniche di questo paese, mica si può capire tutto subito. Però sorprende la forza di un codice basato sull’onore e sulla sacralità dell’ospite, l’etica rispettata e interiorizzata dalla gente indipendentemente dal potere ufficiale vigente: quale altro sistema giudiziario può vantare un simile successo?

Forse è anche per questo che gli albanesi hanno qualcosa di tragico nella loro normalità. Qui in montagna hanno facce che raramente sorridono, piuttosto si atteggiano tra il fiero e il corrucciato e i rari scoppi di allegria si spengono rapidamente sui loro volti, come la fiamma di una candela al soffio del vento.

E’ un atteggiamento che ha a che fare con l’isolamento, e con il loro recente passato fatto di fughe in gommone. Vite spesso clandestine in paesi ostili, fatte di sfruttamento per le donne, di criminalità violenta e “manovale” per alcuni o di faticoso adattamento a leggi e ad abitudini diverse e lontane per molti altri. Vite difficili: la tragicità della vita dipende soprattutto dalla dimensione della morte, che qui sembra misurarsi ancora con il metro dell’onore.

Cose passate, leggende. C’è chi giura di sì, come Leonardo. Non ci dice il suo nome reale ma quello con cui lo chiamavano a Venezia, dove ha lavorato 6 anni guidando una motobarca che trasportava coca cola negli alberghi e nei bar della città. Ora a Teth lavora nel bar più moderno del paese, graziose pagode di legno in mezzo a un prato ben curato all’ombra dei pini e con la TV, l’unica che abbiamo visto, che trasmette tutto il tempo musica albanese come una sorta di locale MTV.

Quello che conta ora è portare il progresso e i suoi benefici ad ogni costo e più in fretta possibile. Una strada asfaltata innanzitutto, e magari anche un fast food in un paese dove non esistono neppure i negozi di generi alimentari, dato che la gente produce in casa ciò che le serve per vivere. A Teth i veri businessman del turismo sono i bambini di dieci anni, gli unici a parte gli emigrati a parlare un po’ d’inglese imparato a scuola, che ti invitano spigliati nelle loro case improvvisate a guest house o piccoli bar ristoranti, dove i loro genitori ti servono muti e a testa bassa anguria o qualche bevanda gassata. Leonardo parla bene l’italiano, perfino il dialetto veneziano, e liquida sbrigativamente le vecchie tradizioni e tutto ciò che fa dell’Albania un posto diverso da tutti gli altri.

Ma poi fuori gli anziani ti accompagnano ancora sotto braccio fino al cancello di casa, per il rispetto dovuto all’ospite. E il Kanun si respira ancora nell’odore di capra e di erbe selvatiche, nelle montagne aride e deserte, nelle greggi di pecore, nei pastori neri e sfuggenti, e ancora nelle piccole sorgenti, nelle croci di legno solitarie. Camminando da soli per mulattiere sassose viene da pensare a quanta gente è morta all’improvviso così, per una palla di fucile in fronte. Vite tragiche, segnate dalla morte a cui si va incontro consapevolmente in nome dell’onore famigliare, e forse proprio per questo grandiosamente al di sopra della miseria dell’esistenza quotidiana.

Il sentiero da Teth a Valbona si snoda dentro a una foresta di faggi, in cui saliamo agilmente senza gli zaini pesanti. Per portare tutti i nostri bagagli abbiamo affittato due cavalli e il loro conducente.

Anche Valbona dall’alto è una valle integra, nessun segno umano a parte gli incendi sui versanti boscosi di Abete e Pino loricato. Il torrente laggiù è una larga striscia bianca che occupa tutta la vasta piana di fondovalle. Scendiamo velocemente lungo i sentieri delimitati dalle solite graziose staccionate in legno attorno alle Kulla bianche di calce, con il tetto aguzzo di legno. Susini gialli e rossi occhieggiano ai lati del percorso e ci lasciano cogliere facilmente i loro piccoli frutti, a volte dolci a volte aspri. Infine si arriva sulla piana alluvionale del torrente, dove si cammina su ciottoli aridi in direzione delle prime case. Valbona ci accoglie con un hotel che sembra uno chalet svizzero, nuovo di zecca e ancora deserto con le bandiere sventolanti. Albania moderna: una larga massicciata stradale fatta con la ghiaia del torrente frantumata è già pronta e livellata, 10 metri di strada lunga e diritta, ghiaia bianca pressata pronta per l’asfalto. Ci camminiamo sopra fino a Kol Joni, la casa che ci accoglie si trova oltre il greto del torrente, sul lato opposto del progresso. E’ una casa di legno con un bel prato verde davanti, alberi di susine che lasciano cadere i loro frutti sull’erba quando il vento li stacca, si possono raccogliere e mangiare all’istante prima che diventino Raki, la grappa che si beve prima, dopo e durante i pasti. Ci mettiamo a piedi nudi mangiando formaggio “primo sale” e pomodori, bevendo birra e un bicchiere di Raki offerto dal padrone di casa, un uomo imponente con grossi baffi bianchi sorridenti e una bella voce profonda. Porta il tatuaggio di un’ancora sull’avambraccio, strano per un uomo di montagna. Ma non è altro che un simbolo: il mare, come immagine della libertà di partire e lasciarsi la dittatura alle spalle.

Il tempo scorre chiacchierando con Besnik, un poliziotto di Baiam Kurri che è venuto quassù per trascorrere la giornata con la sua famiglia. Si esprime in buon italiano imparato, dice, in una cucina di Dresda dove ha lavorato come sguattero prima, come cameriere poi. Il padrone era napoletano come quasi tutto il personale, brave persone.

Besnik ha fatto per 13 volte il viaggio in gommone verso l’Italia, finchè non ce l’ha fatta. Ora ha una moglie albanese e due figli, e crede fermamente nel progresso del suo paese. Da poliziotto ammette che il Kanun esiste ancora tra Teth e Skodar, e ci fornisce un dato interessante: sarebbero circa 200 le persone che vivono segregate in attesa del riscatto di sangue.

La polizia non interviene: “quella” dice “è un’altra legge”. Lo Stato fa rispettare la propria con i suoi apparati, il Codice si fa rispettare da solo per tradizione.

Ma Besnik minimizza, lui vuole il progresso ed è orgoglioso della direzione che ha preso il suo paese ed il governo, pensa che le cose cambieranno presto. Ha ragione. Il progresso è già iniziato anche qui a Valbona, le ruspe scavano ghiaia ininterrottamente nel torrente, i camion la trasportano avanti e indietro sulla strada in costruzione, dieci metri di larghezza stesi e ben compattati da altre ruspe e schiacciasassi, dieci metri di asfalto da posare prima dell’inverno proprio accanto ai susini, alle vecchie case dei contadini improvvisati albergatori o ai nuovissimi chalet in legno ancora vuoti, dove sventolano convinte bandiere d’Albania, Stati Uniti, Europa e Alleanza atlantica: le speranze di questo paese. Molta fretta di lasciarsi il passato alle spalle, forse per paura che ritorni.

Facile giudicare per noi che occidentali lo siamo già da tempo, noi che gli stessi errori li abbiamo già commessi ed ora viaggiamo disincantati alla ricerca d’altri luoghi. Facile per noi che passiamo la vita ad accumulare oggetti e non ci accorgiamo che la ricchezza, quella vera, è aprire un rubinetto con la certezza che ne vedremo uscire dell’acqua.

Pozzo, 15.08.12 (da una settimana in Albania tra il 5 e il 12.08.12)