Lo straniero parcheggiò la macchina nella piazza in fianco alla chiesa.

Erano le cinque della sera di un venerdì di novembre, il cielo si era oscurato da poco ed il freddo dell’autunno nella bassa padana non era ancora pungente e deciso come nelle serate invernali oramai imminenti, soprattutto ora, con queste stagioni malate e indecise che non sanno più trascorrere col passo fermo e convinto di una volta.

Il traffico intenso di automobili luccicanti stava decretando la fine della giornata lavorativa anche per questo paese di grassa campagna, a segnare il lungo tempo trascorso da quando i tabarri scivolavano silenziosi sulle biciclette nella nebbia. Lunghe file di macchine e gas di scarico sulla strada diritta, dove una volta risuonavano ogni tanto gli zoccoli dei cavalli da tiro.

Lo straniero s’incamminò per strade sconosciute, facendo attenzione alle vernici metallizzate che svoltavano agli incroci, badando alle strisce pedonali per attraversare, ed ai cartelli pubblicitari. La bruma dei campi circostanti oramai fatica a raggiungere il centro di un paese, ci sono i quartieri periferici di villette a schiera a fermarla. Un opulento paese della bassa oramai ha perso l’odore di terra fredda, nebbia e foglie umide che un tempo aleggiava dovunque, nelle sere del mese di novembre.

Lo straniero se ne andava senza una meta precisa, giusto per passare un’ora del suo tempo tra un viaggio in macchina ed un altro appuntamento, guardando l’orologio per non fare troppo tardi.

Un paese qualunque, sconosciuto e impersonale, con la pescheria e il centro abbronzatura, la pizza da asporto e il noleggio DVD, un bar alla moda, facciate di vecchie case intonacate a nuovo con tinte pastello accanto a casupole rimaste buie e proletarie, così ferme al loro stile sciatto di edilizia anni ’70.

Case senza pretese e angoli di vecchio paese sparsi qua e là in mezzo al nuovo che avanza, come il centro direzionale supermoderno di una banca che campeggiava disegnato sopra a un cartellone davanti al cantiere in costruzione, in fianco ad una villa nobiliare con parco ristrutturata e lottizzata dall’immobiliare che offriva appartamentisignorili–finituredilusso.

Una sola, lunga strada principale da cui gettare sguardi indisturbati sulla vita degli altri, protetti dall’oscurità.

Istanti rubati al presente, che nella mente dello straniero si aprivano su pozzi profondi di passato.

Sulla via principale c’erano negozi, bar, la cartoleria, il gelataio. Sempre più moderni, ma in fondo sempre uguali a sé stessi, sotto la patina del rinnovamento.

Fra i riquadri della porta a vetri di una pasticceria, il suo sguardo distratto cadde per un attimo sul volto della signora che chiacchierava con una cliente. Doveva essere la padrona, per il suo atteggiamento disinvolto. La signora era elegante e ingioiellata, appoggiava il gomito al bancone mentre se ne stava in piedi con le gambe incrociate ad annuire seria all’altra donna girata di spalle. La sua faccia era un po’ gonfia, con le borse prominenti sotto agli occhi spenti, anche se un taglio ben fatto di parrucchiere è pur sempre una buona cornice, anche per un viso appesantito dall’età.

Licia aveva vent’anni e un fisico perfetto quando si sposò.

Capelli neri corvini e sguardo lucente, strano contrasto con la sorella altrettanto alta e altrettanto bella, ma bionda e con gli occhi azzurri sempre sorridenti. Figlie di contadini, gente semplice. Ma così radiose: non c’era da dubitare che la vita con loro sarebbe stata generosa.

Licia sposò Marco, il figlio del geometra, un tipo mellifluo e belloccio dai modi cortesi e dal cervello limitato, che vantava aspirazioni da play boy. Tipico esponente del nuovo che avanza senza alcuna sostanza, avrebbe tentato una carriera politica locale. Il babbo era ricco però, e comprò una pasticceria ultima moda per garantire il futuro ad un figlio che non voleva saperne di studiare.

Il giorno del suo matrimonio Licia era vestita di nero con in mano una rosa nera: pare fosse il massimo dell’eleganza e del glamour, lasciar spettegolare le beghine del paese… naturalmente la vita ha avuto i suoi alti e bassi anche per lei, il marito non poteva certo rinunciare alle sue avvenute galanti grandi o piccole. Ma alla fine ritornava sempre, ed ora Lucia poteva godersi a buon diritto la sua rispettabilità da padrona di casa e chissà, magari in camera da letto teneva sempre una foto del suo matrimonio, la dama in nero con una rosa nera tra le mani.

Lo straniero proseguì lungo la via principale e oltrepassò un supermercato, la strada giungeva ad una rotonda illuminata dai fari rossi e gialli delle automobili che fluivano di continuo, in ogni direzione.

A novembre è ancora presto per pensarci, ma i negozi ogni anno iniziano sempre prima a creare quell’ansia natalizia che tra qualche giorno si sarebbe trasformata in luminarie appese ai fili e moquette rosse sui marciapiedi.

Alla vetrina del bar gente seduta a guardar fuori.

Un volto in particolare attirò la sua attenzione. Un uomo brizzolato con la barba sapientemente incolta stava bevendo qualcosa insieme ad un amico. L’uomo era vestito alla moda del momento, giubbotto di pelle, sciarpa morbida e aria grave. Si poteva facilmente intuire il suo SUV parcheggiato lì davanti, quasi un prolungamento di sé stesso, proprio come insegna la pubblicità delle auto di lusso. Un volto vagamente familiare.

Non ricordava il nome del ragazzo, non erano esattamente amici. Diverse compagnie, altre scuole. Ma in piazza ci passavano tutti, e tutti si salutavano. A volte era amicizia, altre volte indifferenza e altre ancora aperta antipatia, fino alle botte.

Quel ragazzo di cui ora gli sfuggivano il nome e i lineamenti doveva certo appartenere a quelle conoscenze superficiali che si risolvono con un cenno del capo quando ci si incrocia per la strada.

Chissà dov’era finito, che aveva fatto nella vita… non si può mai sapere come tira il vento del destino, e la felicità vera di ciascuno, in fondo, è un affare tutto suo.

Il marciapiede si strinse all’improvviso per lasciare il posto ad un filare stentato di piante di Ibisco, nello spazio angusto tra il muro di cemento e l’asfalto.

Tra cosmetici naturali e pubblicità del vaccino anti influenzale gli apparve il profilo della farmacista, magra e alta nel suo camice bianco. Parlava da dietro il banco con un’anziana cliente, tenendo nella mano ossuta una piccola scatola che faceva ondeggiare piano, all’unisono con il movimento quasi impercettibile delle sue labbra sottili. Aveva lunghi capelli neri striati da qualche filo argentato, il viso affilato ed occhi scuri sotto alle folte sopracciglia. Il suo portamento leggermente incurvato, quell’aria un po’ dimessa e i primi capelli grigi tradivano un’età non più così giovane, e forse anche una certa carenza di considerazione per sé stessa.

Francesca era sempre stata una ragazza molto timida: mai avrebbe fatto qualcosa anche minimamente fuori posto, che potesse dispiacere ai genitori. Non si poteva dire bella, ma nessuno avrebbe saputo spiegare il perché. Non che mancasse qualcosa nel suo aspetto fisico. Era quella sua fragilità, quell’insicurezza così forte da sembrare invincibile, quell’atteggiamento che rende affascinanti alcune ragazze mentre in altre genera una distanza insormontabile.

Francesca aveva i suoi sentimenti, le sue passioni, forse i suoi ardori persino: ma non li avrebbe mai mostrati a nessuno per non scoprire la sua vulnerabilità. Studiava e si preparava a subentrare al padre nella gestione della farmacia di famiglia, mentre la sorella Sara, bionda, bella, sorridente e socievole scappò di casa a diciott’anni dopo il diploma magistrale preso in un collegio di Suore Orsoline, nel più intransigente rigore educativo, perdutamente innamorata e incinta di un tipo senza arte né parte e senza un soldo, oltretutto parecchio più brutto di lei…

Ma tutto questo accadde molto tempo fa. Le persone cambiano, si ravvedono, tornano sui propri passi, perdonano o condannano. Tutto può essere molto diverso oggi, e chissà se è proprio vero che ogni capello grigio cela una vendetta inespressa.

Lo straniero continuò a camminare lungo il marciapiede ornato di ibischi, le luci dei lampioni si facevano sempre più rade. Il centro di un paese, si sa, spesso è fatto di una sola via: tutto il resto è subito periferia. Non tardò molto a ritrovarsi sulle strade semi deserte dei quartieri residenziali, case e giardini curati, e certe finestrelle lontane che gettano la loro luce giallognola verso la strada. Sull’asfalto risuonano i passi, ora amplificati dal buio, ora attutiti dall’umidità della notte incipiente.

La grande casa era immersa nell’oscurità e circondata dalle sagome nere degli alberi di un vasto giardino.

Una sola finestra illuminata lasciava intravedere l’interno di una cucina che appariva come l’unica stanza abitata, solo una luce esile che le tenebre circostanti sembravano voler sopraffare. Dentro si intuiva il silenzio senza rimedio di una piccola donna anziana curva sulla sua cena, persa nel suo mondo senza ricordi. Silenzio imbellettato dai suoni incomprensibili di un televisore sempre acceso. La badante polacca era una donna massiccia che si muoveva senza parlare nella stanza, una donna sconosciuta che a stento metteva in fila qualche parola di italiano, ma per la vecchia questo era del tutto indifferente. In fondo le due donne non avevano nulla da dirsi: la vecchia privata del suo passato, la badante del suo presente.

Lo straniero si avvicinò al cancello della grande casa e infilò la mano dentro a un anfratto del muro, tastando nel buio fino a trovare la chiave.

Percorse il viale coperto di foglie morte, aprì piano la porta, senza rumore salì le scale ed entrò in cucina.

Ciao mamma, sono tornato.

Pozzo, 26.11.12 h 19,30(da una visita a Leno del 23.11)