Questa volta il racconto che inseriamo è la commossa e partecipata testimonianza dell’ amico Agostino Mondin, di radio Popolare Verona che assieme a Lucia Manassi di Radio Città del Capo aveva organizzato  una diretta per cercare di raccontare con calma e senza sensazionalismi, varie realtà delle zone : ecco  il racconto della giornata.

Mirandola, “qui niente è certo, nulla è sicuro”

Da Verona a Mirandola sono 40 minuti di treno. Un caldo opprimente ci accoglie all’interno dello scompartimento. Scendere alla stazione di Mirandola è come arrivare in mezzo al deserto. Caldo umido e nessuno in giro. Ci dirigiamo verso i bagni ma due operai stanno lavorando per rimetterli in funzione. Col terremoto erano crollati, ci dicono.

Fuori dalla stazione la birreria La Pinta è chiusa, davanti a noi il lunghissimo viale Gramsci che in poco più di un’ora ci permetterà di arrivare alla cittadina.

Case sbreccate, capannoni lesionati, tende e roulottes. Silenzio sotto il sole. rare le auto. Un po’ ovunque si notano le strisce biancorosse che transennano gli edifici pericolanti. Le case dove vivono le persone hanno la porta d’ingresso spalancata e le tende piantate in giardino, in tutte le altre le porte e le  finestre sono chiuse.

Un’edicola ha aperto sotto una tenda, poco più avanti un bar ed una pizzeria sono aperti. In pizzeria non c’è nessun cliente.

Ci sono gru al lavoro e si vedono tendoni sotto i quali gli operai stanno lavorando alacremente. Questa è una terra dove le persone non sono rimaste con le mani in mano.

Su alcuni striscioni si legge “Mirandola non si piega”. Mirandola.

Il castello, lesionato, costituisce l’inizio del centro storico e della zona rossa. Di fronte c’è una piazza con un chiosco posto sotto gli alberi. Una leggera brezza mitiga il caldo ed asciuga il sudore. Ci sono parecchie persone. Sui loro visi, occhi stanchi ma anche molta determinazione.

Un cartello avvisa che il chiosco è aperto 24 ore su 24. Le ragazze che lo gestiscono sono accaldate ma non negano battute e sorrisi. Una mi dice “Parlate bene di Mirandola e di noi, ne abbiamo bisogno”. Dietro il chiosco ci sono i bagni chimici, li troveremo sparsi un po’ dappertutto. Tutti parlano di terremoto, di danni, di voglia di ripartire e di ricominciare.

Ci muoviamo cercando di vedere e di capire la situazione.

La sede della Cgil è lì vicino. La porta d’ingresso è spalancata ma il lavoro si svolge sotto due tende ed all’interno di un camper posti di fronte all’edificio. E’ caldo, l’afa ci avvolge in un bagno di sudore. Dall’altra parte della strada un campo della Protezione Civile. Tende allineate sotto il sole, qualche rara donna stende il bucato. Tentativi di normalità. Nel campo non c’è un albero, un filo d’ombra ed è facile immaginare il caldo che ci deve essere all’interno delle tende. Giriamo attorno e ritorniamo al punto di partenza davanti all’ingresso della zona rossa. Lungo il tragitto vediamo una banca chiusa dove i dipendenti incontrano i clienti all’interno di un gazebo.

Sono saltate tutte le sicurezze.

In giro si muovono le auto di tutte le Protezioni Civili possibili ed immaginabili; poi polizia, carabinieri, vigili del fuoco, vigili e funzionari con le macchine di servizio. Sono auto vistose, poco sobrie. C’è animazione perché tra poco arriverà il presidente Napolitano. Ci accreditiamo da un funzionario della prefettura che ci accoglie con un “ah, Verona, quello del mio amico Mandorlini”! Ironico. Lui viene da Salerno ed ha il dente avvelenato con l’allenatore dell’Hellas. Noi non fatichiamo a dissociarci dalla squadra di calcio guidata da Mandorlini.

Caschi gialli in mano attendiamo di poter entrare nella zona rossa, poi il programma cambia improvvisamente, Napolitano ha invertito gli appuntamenti e se ne va prima al campo di accoglienza delle persone sfollate. Macchine che sgommano, graduati che corrono, persone che osservano dai lati cercando di intuire, di capire. Lasciamo i caschi e proviamo a vedere se anche noi, a piedi, riusciremo ad arrivare a questo campo. Speranze vane.

Nel nostro girare arriviamo all’ospedale. Pronto Soccorso e ambulatori sono all’interno di tensostrutture. Fuori ci sono persone in attesa. Poche. L’ospedale è transennato.

Giriamo attorno al centro passando davanti allo stadio, lesionato e chiuso. Macerie in ogni dove, crepe sulle facciate. Volevamo scattare delle foto ma ci sentiamo come dei guardoni. Completiamo il giro e ci fermiamo ancora al chiosco. Ascoltiamo ancora molte parole ed osserviamo.

Il tecnico di una troupe televisiva dorme seduto sulla sedia, incurante di tutto e di tutti. Passa una bella ragazza con gli shorts ed i discorsi  sul terremoto per qualche istante si fermano e gli occhi dei maschi si illuminano. E’ un attimo solo.  Ci muoviamo. Alla Cgil ci aspettano per un collegamento radio. Erminio Veronesi è responsabile della Fiom mentre Barbara Anconelli è una giovane delegata della CPS Color, una multinazionale. Ci raccontano storie di lavoratori, lavoratrici ed aziende. Barbara ci parla della sua esperienza, del lavoro, della scommessa per tenere fede alle commesse e per convincere la multinazionale a rimanere in quel territorio.  La nostra vicenda, ci dice, è una sorta di mosca bianca, ma di questo abbiamo un bisogno estremo. Non dobbiamo raccontare solo disperazione. Loro lavorano a tempo pieno superando anche le 10 ore. “Senza lavoro che futuro per noi e le nostre famiglie”? Ci lasciamo con queste frasi, con la grande energia che traspare dalle parole di Barbara e dal fatalismo di quelle di Erminio “qui niente è certo, nulla è sicuro”.

Ci attende il viale Gramsci. La Stazione è laggiù in fondo. Bar, pizzeria e tabacchi sono chiusi. Dall’altra parte della strada ci affianca un uomo, è andato a mettere i rifiuti nel cassonetto ed il cassonetto si è mosso. Un’altra scossa. “Saranno poco più di tre gradi” dice.  Aveva ragione erano 3.3 gradi della scala Richter.

Agostino Mondin